Piazza Alpini, 10036 - Settimo Torinese - Tel. 011.8028582-8028582 - Fax 011.8028581 - E-mail: biblioteca@comune.settimo-torinese.to.it
|
Don Giulio, giovane prete, viene destinato ad una chiesa della periferia di Roma, dove ritrova i genitori e la sorella, e una realtà difficile: la parrocchia è disertata dai fedeli (il suo predecessore si è addirittura sposato); i vecchi amici sono cambiati (uno è sotto processo per terrorismo; uno vuole diventare cattolico e farsi sacerdote; un terzo è un omosessuale dedito a squallide avventure; un altro ancora si chiuso in casa e non esce più. La situazione peggiore è però all'interno della sua famiglia, dove l'anziano padre prende una cotta per una ragazza molto giovane e lascia la moglie, che entra in una profonda depressione e si toglie la vita. la sorella è incinta del fidanzato e vuole abortire. Scoraggiato e incapace di dare l'aiuto e le risposte che gli vengono chieste, don Giulio sente il peso della solitudine e la sua impotenza di fronte ai problemi, e matura la decisione di andare in America del Sud. "Tormentato dai dubbi, e infuriato con se stesso, don Giulio avverte infine che non ci si salva da soli (...). Per cui (...) misura il male sul dolore che procuriamo agli altri: il peccato è la separazione dal prossimo, forse già l'uscita dal grembo materno. Lascerà quella parrocchia, per cercare altrove la sua pace, ma avrà il conforto, fra sogno e realtà, di vedere che tutti, rappacificati, ballano in chiesa." (Giovanni Grazzini) |
|
Prodotta per la tv polacca, e poi uscita nelle sale cinematografiche, quest'opera a due mani del regista Kieslowski e dello sceneggiatore Piesiewicz, è composta da dieci episodi, ciascuno dei quali trae spunto da uno dei dieci comandamenti. Ogni episodio del Decalogo contiene una storia, e ha un cast differente, ma tutte le storie si svolgono o partono da un grande piazzale delimitato da grossi condomini, un grande spazio aperto che fa da contenitore alle storie e vissute dai personaggi le cui vite spesso si sfiorano. Il nesso delle storie con i dieci comandamenti non è quasi mai vincolante, ma sottaciuto e indiretto. La morale, se esiste, esprime un giudizio globale sull'uomo ma manifesta anche la compassione per i singoli casi, il rifiuto di un giudizio definitivo; anche i personaggi più negativi e sgradevoli non sono mai condannati, il peccato diventa reato o errore. A fare da sfondo alla struttura drammatica è la presenza enigmatica in 8 storie su 10 di una stessa figura, un "testimone silenzioso" che non parla mai ma che assiste muto allo svolgimento delle vicende. Forse l'occhio di Dio? Forse la personificazione della coscienza? Forse un angelo? Forse, soltanto un segno, uno dei tanti segni disseminati nelle 10 storie attraverso i quali gli autori tentano di affacciarsi sul mistero della condizione umana. |
|
Il film è composto da undici episodi, tratti dai Fioretti di San Francesco. Vi è illustrato il periodo di vita iniziale della prima comunità francescana, dal ritorno di Francesco da Roma al separarsi dei discepoli, inviati a predicare la parola di Dio in tutto il mondo; servono da introduzione al racconto alcuni quadri di affreschi del duecento e del trecento sulla vita di Francesco. Roberto Rossellini, già maestro del cinema neorealista, si affida ad un cast quasi tutto di attori non professionisti, con diversi frati autentici, per trattare l'argomento francescano e il suo fulcro: San Francesco e i suoi discepoli predicano la povertà ecclesiastica e la misericordia di Dio come mezzo necessario per raggiungere la salvezza. C'è l'elogio della santità, una santità tutt'altro che ieratica, ma basata sulla follia di chi si comporta come un bambino, come un elemento della natura, finendo per scandalizzare i portatori della morale comune. E c'è l'elogio della libertà, perché le strade da seguire non sono dettate dal rigore ma dal libero arbitrio dell'uomo. Un concetto, questo, puntualizzato con la sequenza finale, dove i frati, invitati da San Francesco a scegliersi la propria strada per predicare il cristianesimo, iniziano a girare vertiginosamente su loro stessi, sin quando, caduti in terra, scelgono la via da seguire seguendo la strada indicata dalla posizione del proprio corpo. |
|
Rigorosamente aderente al testo del Vangelo di S. Matteo, la pellicola narra la vita di Gesù Cristo dall'Annunciazione alla Vergine Maria fino alla crocefissione e alla successiva Resurrezione. Come forse si saprà, il film è stato girato in Italia, tra i sassi di Matera, e il regista vi ha chiamato a recitare la gente del posto, ma anche gli amici intellettuali e i parenti, come la madre del regista che ha il ruolo della sofferente Madonna. In esso è presente tutta la cultura di Pasolini, che ha voluto che nessun materiale antico o moderno fosse estraneo alla composizione del suo Vangelo: dalle sacre rappresentazioni popolari, alla tradizione figurativa tre e quattrocentesca italiana - Piero della Francesca e Masaccio - , e un commento sonoro dove si va da Bach a Mozart alle canzoni popolari e agli spirituals negri. Del regista, che ha dedicato il suo film alla "cara, lieta, familiare memoria di Giovanni XXIII", ricordiamo le sue parole: "Io non credo che Cristo sia figlio di Dio, perché non sono un credente, almeno nella coscienza. Ma credo che Cristo sia divino: credo cioè che in lui l’umanità sia così alta, vigorosa, ideale, da andare al di là dei comuni termini dell’umanità" |
|
Quando fu realizzato, all'epoca del muto, questo film non fu facile da accettare per il vasto pubblico, tanto era diverso da tutto qunto esisteva in precedenza. Basandosi sui documenti del vero processo di Giovanna d'Arco, il film ricostruisce le fasi degli interrogatori fino alla condanna al rogo e all'esecuzione. Dreyer, maestro del cinema, ha voluto rendere il dramma di Giovanna con pochi semplici elementi, con toni scabri e naturalistici, come un'antitesi terrena tra i giudici, con la loro doppiezza astuta arrogante e volgare, e la contadina semplice e ingenua, disarmata di fronte all'irruenza dei suoi accusatori. In un'epoca dove la messinscena cinematografica era basata sulla staticità della macchina da presa, sull'uso ridondante di scenografie e costumi egli ha lavorato sulla stilizzazione degli elementi scenografici, che tolgono ai fatti e agli ambienti ogni connotazione realistica, e ha fotografato i volti degli attori privi di trucco, impietosamente esposti all'obbiettivo. All'unità di luogo (il castello di Rouen) e di tempo (l'arco di un giornata) corrisponde la massima concentrazione dello sviluppo narrativo; e tutto il processo è raccontato soltanto con primi e primissimi piani dei protagonisti, è movimentato solo dal continuo variare delle angolazioni e daila movimenti di macchina, così da rendere la stessa tecnica cinematografica, il gioco serrato e continuo dei primi piani, il mezzo per trasferire il confronto dal piano storico a quello spirituale, interiore e universale. |
|
Una giovane dei nostri tempi, Marie, giocatrice di basket, figlia d'un benzinaio, fidanzata con Giuseppe, che fa il tassista, riceve una visita di Gabriele, che le comunica che presto diventerà madre. Maria è sorpresa, la notizia le appare assurda. Eppure, Maria è incinta. Incredulo è Giuseppe e anche arrabbiato, incredulo è il ginecologo che visita Maria. La ragazza è vergine ed insieme è madre. Gabriele interviene per far comprendere a Giuseppe che deve abbandonare ogni umana gelosia e proteggere con religioso sentimento d'amore il mistero che si è realizzato. Il bimbo nasce, cresce e se ne va per la sua strada. Ormai Maria ha compiuto la sua missione, come le dice Gabriele: "Je vous salue Marie" e potrà d'ora in poi essere come tutte le altre donne. Questo è il racconto di una annunciazione laica, a cui il regista, irriverente creatore di moderne strutture narrative basate sulla rottura, la sintesi, l'allusione, dona l'aspetto una parabola scandita in episodi o strofe, come le pagine di una Bibbia laica, punteggiata da episodi di grande serenità, in una contemplazione della natura (i prati, la luna, il corpo nudo di Maria) che sembra passare dalla provocazione alla pacificazione in modo cristallino, proprio in confronto con l'oscurità del mistero. "Qual è la scommessa sottesa al film (...)? È la scommessa laica sulla religione. Se crediamo che l'ordine dell'universo dipenda dal caso (e ci vogliono miliardi d'occasioni e di anni perché il caso trovi il mondo) perché non credere al miracolo di Maria? Paradosso per paradosso, assurdo per assurdo, perché non la religione?" (Stefano Reggiani) |
|
Sulle Alpi, vicina a Grenoble, c'è la Grande Chartreuse, il più antico monastero dell'ordine dei Certosini. Lì, protetti dalle mura antiche e dal silenzio del luogo, vivono uomini che per tutta la loro vita hanno scelto di amare Dio e di ascoltarne la Parola nel rumore del vento e della pioggia e di vederne l'immagine nello scorrere del tempo e delle stagioni, nel respiro della natura, misurando lo scorrere del tempo con i rintocchi della campana e il suono delle proprie preghiere. Il regista Philip Gröning ha atteso per 18 anni il permesso per entrare nella clausura e filmare per sei mesi la quotidianità della vita monastica, portando con sé solo lo stretto necessario, senza luci artificiali e senza altra colonna sonora che i rumori d'ambiente e i canti gregoriani intonati dai monaci. Rinunciando ad una "storia" nel senso tradizionale, ci ha fatto entrare in uno spazio, un tempo e un ritmo a parte, mettendo la grammatica del cinema al servizio del linguaggio dello spirito. La sua visione disciplina la mente inducendola a chiarire e a purificare il pensiero. "Il grande silenzio non genera sconcerto, né tanto meno noia, Il grande silenzio è un film ipnotico, un antidoto alle false priorità del nostro tempo. Un film in cui dall'apparente monotonia della quotidianità emerge una sola, semplice certezza: serenità. Un film ancora capace di comunicare come solo il grande cinema sa fare: ad esempio con una sequenza di primi piani tutti uguali e tutti diversi: quelli dei monaci. E naturalmente tutti in silenzio." (Fabio Falzone, "Avvenire") |
|
Gesù di Nazareth, giovane falegname ebreo, soffre di incubi e si trova a lottare con una voce misteriosa che gli fa dubitare di essere il figlio di Dio, mandato a salvare l'umanità, ruolo da lui paventato più che abbracciato. Il film ripercorre rielaborandoli, gli episodi della vita di Cristo alla luce di questo tormentoso dubbio, fino all'agonia sul Golgota, dove egli ha un'ultima visione, ad opera di una bambina-angelo, durante la quale si sposa con Maddalena e la rende madre, ha una famiglia numerosa, invecchia e si trova sul letto di morte, dove, redarguito aspramente da Giuda, ha la sorpresa di dover constatare che l'innocente angelo altro non è che l'ultima incarnazione di Satana. Terminata l'allucinazione, Gesù si ritrova sulla croce e accetta il sacrificio di morire per la salvezza del mondo. La pellicola dura ben 160 minuti, è caratterizzata da da toni forti e da scenografie assai intense dal punto di vista coloristico, non priva di una certa "ingenuità hollywoodiana" posta al servizio della poetica personale del regista Scorsese, sempre presa in una dialettica "estremistica" tra Bene e Male. "Certo, qui molto è semplificato, ma dovrebbe far discutere i credenti (...) quel Paolo disinvolto, immaginato mentre predica la buona novella: non importa se non ci sei - dice a Cristo - conta il bisogno che la gente aveva di te. Ma l'eresia nel romanzo e nel film non si compie, poiché Cristo accetta di esserci. ...si può discutere sull'ortodossia di Scorsese ma non si fa un film come questo se non si è, almeno un poco, religiosi." (Stefano Reggiani) |